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5 Aprile 2020
Ultima pubblicazione: 05 aprile 2020 19:25:03
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Attualità

TONNELLATE DI CIBO NELLA SPAZZATURA

Al mondo siamo 6 miliardi di persone, ma ci ostiniamo a produrre cibo come se dovessimo sfamare un secondo pianeta. 

Parte del cibo prodotto in eccesso finisce nella spazzatura senza passare neanche per le nostre tavole. 

Stiamo dando vita ad uno dei paradossi più grossi della storia. 

Se da una parte ci sono centinaia di persone che quotidianamente buttano cibo nella spazzatura, dall’altra ce ne sono quasi altrettante che per mangiare sono costrette a rovistare nei cassonetti. 

Ogni anno, nel mondo, gettiamo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, mentre 795 milioni di persone soffrono la fame. 

Secondo le stime del WWF, la percentuale globale dello spreco è pari a circa quattro volte la quantità di cibo necessaria a sfamare 800 milioni di persone denutrite. 

Situazione che secondo le previsioni dovrebbe peggiorare da qui a 10 anni. 

Si stima che nel 2030 saliranno a circa 2,1 miliardi le tonnellate di cibo sprecato nel mondo, il 61,5% in più rispetto ad oggi, con ulteriori danni a livello sociale, economico e ambientale. 

È a dir poco assurdo che in una società dove si presta molta attenzione all’alimentazione, come dimostra l’enorme seguito che hanno diete e cibi “senza…”, si sia perso quasi del tutto il valore del cibo. 

Mentre per i nostri nonni buttare anche un solo pezzettino di pane era un atto impensabile, oggi gli sprechi alimentari sono all’ordine del giorno. 

Ma cosa si intende esattamente per “spreco alimentare”? 

Quando si parla di spreco si fa riferimento sia al cibo sprecato, Food Waste, che a quello perso, Food Loss. 

Il Food Waste è quella parte di cibo che viene acquistato, ma non consumato e che di conseguenza finisce tra i rifiuti. 

In pratica è il cibo che viene buttato quotidianamente nelle nostre case, nelle mense, nei ristoranti, nei bar. 

Tale spreco è concentrato soprattutto nei paesi più ricchi, dove il Food Waste costituisce un’altissima percentuale dello spreco. 

Esso può essere attribuito a diversi fattori: 

  • le cattive abitudini di spesa di milioni di persone;
  • l’inosservanza delle indicazioni poste in etichetta sulla corretta modalità di conservazione degli alimenti; 
  • le date di scadenza troppo rigide;
  • la tendenza a servire porzioni di cibo troppo abbondanti; 
  • le promozioni che spingono i consumatori a comprare più cibo del necessario. 

Il Food Loss, invece, è quella parte di cibo che viene persa durante le fasi della filiera produttiva. 

In questo caso dobbiamo fare una distinzione tra fase produttiva e fase distributiva. 

Nella produttiva, ovvero durante la coltivazione, l’allevamento, la raccolta e il trattamento della materia prima, lo spreco è concentrato soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove parte del raccolto rimane a marcire nei campi e dove nella fase di immagazzinamento e trasporto viene sciupata circa il 60% della merce. 

Anche nella fase distributiva, ovvero durante la trasformazione industriale, c’è un grandissimo spreco alimentare. 

In questo ciclo, a causa di pratiche di marketing non appropriate, vengono scartati i prodotti che esteticamente potrebbero non incontrare il gradimento del consumatore. 

In essa rientrano anche gli sprechi dovuti ad una distribuzione errata o alle produzioni in eccedenza, che determinano il cosiddetto “invenduto”. 

Qual è la percentuale di spreco alimentare nel nostro Paese? 

Ogni giorno nel nostro Paese vengono buttate circa 4000 tonnellate di cibo, un dato piuttosto allarmante che sembra stia mutando in positivo, traghettato dalla grave crisi economica che stiamo vivendo.

Ma siamo ancora lontani dal risolvere il problema. 

Ogni anno in Italia lo spreco alimentare ha un valore di circa 15 miliardi di euro. 

Sono le nostre case i luoghi in cui si produce più spreco alimentare. 

Circa l’80% dello spreco è infatti di natura domestica. 

Costante questa, che purtroppo si ripete in gran parte dei Paesi europei. 

Le motivazioni che portano gli italiani a produrre tutto questo spreco sono attribuibili a diversi fattori: 

  • confezioni troppo grandi che non si adattano all’esigenza di famiglie sempre meno numerose;
  • scadenze non troppo lunghe dei prodotti;
  • offerte allettanti dei supermercati, che spingono il consumatore all’acquisto di quantitativi eccessivi; 
  • scarsa capacità di organizzare la spesa in base alle reali esigenze.

Ovviamente lo spreco alimentare in Italia non è solo di natura domestica, contribuiscono ad alimentarlo anche lo spreco fatto da ristoranti, bar, mense scolastiche e via discorrendo. 

A tutto ciò va sommato anche lo spreco di filiera, tra i prodotti che vengono gettati ci sono soprattutto frutta e verdura, pane e prodotti da forno, latticini. 

Va comunque sottolineato che l’Italia, a livello globale, si distingue nella lotta alle perdite alimentari, visto che sprechiamo solo il 2% di cibo nella fase di prevendita. 

Le conseguenze dello spreco alimentare sull’ambiente.

Lo spreco non è solo un problema etico ed economico, ma ha anche effetti sul piano ambientale per l’impatto negativo sul dispendio energetico e sullo smaltimento dei rifiuti. 

Le perdite di cibo e lo spreco alimentare, costituiscono un grandissimo spreco di risorse usate per la produzione, come l’acqua, l’energia e la terra. 

A questo si aggiunge l’emissione di gas serra e l’uso dei fertilizzanti. 

Produrre cibo che non verrà consumato vuol dire quindi non solo sprecare beni primari, e sfruttare ed alterare il territorio invano, ma significa anche inquinare. 

L’impronta di carbonio dei rifiuti alimentari è infatti pari a 3,3 giga tonnellate di gas serra, ossia un terzo delle emissioni annuali derivanti dai carburanti fossili. 

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