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21 Giugno 2021
Ultima pubblicazione: 20 giugno 2021 18:56:36
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Politica

QUESTA NOSTRA REPUBBLICA!

2 giugno 1946: nasce la Repubblica italiana e nello stesso giorno viene l’Assemblea Costituente.

Anche quest’anno nessuna parata militare.

In pochi ne sentiranno la mancanza, perché lo spirito della Festa della Repubblica non sta nell’esaltazione della potenza militare ma nella volontà e nelle partecipazioni popolari, che prima posero fine al nazifascismo e poi alla monarchia sabauda sua complice.

Il 2 giugno rappresenta perciò la logica prosecuzione e lo sbocco coerente del 25 aprile.

Una vittoria non travolgente ma netta, quella repubblicana, con un margine di circa due milioni di voti sulla monarchia. 

Oggi tutto ciò ci sembra scontato, dire Italia significa dire “repubblica” e viceversa.

Ma settantacinque anni fa non era così. 

L’Italia era stata un Regno fin dalla sua apparizione come Stato unitario, e monarchie, o comunque,  monocrazie, erano le entità statali via via assorbite e dissoltesi nel corso del processo unitario.

La monarchia non era soltanto una forma di Stato, ma la sua incarnazione ideologica, il riflesso di un ordine quasi metafisico con cui la compagine statale sorta nel 1861 era chiamata a identificarsi.

“Nella guerra delle idee la monarchia era il simbolo più importante, per il potente luogo simbolico occupato dal trono nell’immaginario napoletano.

Il re galantuomo era stato necessario per garantire il cambio di regime nel 1860; ora fu messo in campo per contrastare l’appello borbonico alle tradizioni del regno.

Poteva servire allo stesso tempo come garanzia dello Stato per i gruppi politici, dell’ordine sociale per la borghesia rurale, dell’appartenenza per i settori popolari.” (Pinto, “La guerra per il Mezzogiorno”, p. 185).

L’identificazione tra Stato e monarchia era pressoché totale. 

In epoca prefascista, i deputati socialisti, in occasione del discorso della corona abbandonavano l’aula,  per rimarcare una diversità inconciliabile.

La monarchia era veramente l’incarnazione della vecchia Italia, di quello che Gramsci chiamava il Paese del colpo di stato permanente, dell’antiparlamentarismo che aveva spianato la strada al fascismo, di un’unità  nazionale mai veramente raggiunta né seriamente perseguita.

Un colpo di Stato aveva rappresentato, nel 1922, la chiamata al governo di Mussolini, a capo di un movimento fuori legge, partito milizia già macchiatosi di innumerevoli efferati delitti e che aveva il dichiarato proposito, poi attuato, di distruggere le istituzioni rappresentative, il pluralismo politico e lo stato di diritto: un percorso avallato pienamente da Vittorio Emanuele III anche nei suoi tornanti più scabrosi e inquietanti, come l’assassinio di Matteotti e la crisi dell’Aventino.

L’opposizione al regime finì così per ricomprendere la critica della monarchia, sviluppandosi parallelamente a una rinnovata attenzione verso le forme istituzionali.

Essa divenne il primo tassello di una cultura politica che, mirando a sradicare completamente le basi del fascismo, prese le mosse da quell’originario nucleo autoritario insito nell’istituto monarchico.

Non sorprende, allora, l’accentuazione della propria identità repubblicana da parte dello schieramento antifascista che, almeno per tutti gli anni Trenta, (inabissatosi il cattolicesimo democratico, e diviso l’arcipelago liberale fra collaborazione con il regime e una dissociazione di natura per lo più culturale),  coincise con la sinistra nelle sue diverse articolazioni (socialista, comunista, giellista). 

Se nel 1928 era stata la Concentrazione d’azione antifascista (PSI, PRI, socialisti riformisti e Lega dei Diritti dell’Uomo) a promuovere un “appello alle classi lavoratrici ed intellettuali per dare unità di contenuto alla lotta politica in Italia tendente allo stabilimento di una repubblica democratica dei lavoratori, scuola e garanzia di libertà, strumento sociale di giustizia”, quella della “repubblica democratica dei lavoratori” diverrà dapprima la  bandiera di comunisti e socialisti nella campagna elettorale per il 2 giugno, quindi la loro proposta ufficiale in sede di Assemblea Costituente, per essere poi trasfusa nella formula, appena attenuata, della “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ovvero l’incipit della Costituzione del 1948. 

Nella visione complessiva delle forze progressiste (sulle quali gravò quasi del tutto la responsabilità di condurre la campagna elettorale, vista la posizione ufficiale di neutralità assunta dalla DC, il cui congresso pure si era schierato a larga maggioranza a favore della Repubblica, e quella sostanzialmente  filo monarchica del Partito Liberale), forte era la consapevolezza della necessità di superare l’istituto monarchico, in quanto “centro di organizzazione delle classi possidenti, un centro di tutela dell’ordine costituito e dei ceti privilegiati, un centro di conservazione sociale e politica” (G. Amendola, “Gli anni della Repubblica”,  p. 41). 

Tra Mussolini e il sovrano si era  instaurata una diarchia asimmetrica che aveva attraversato l’intera parabola del regime: una sorta di costituzione materiale che aveva reso possibile, il 25 luglio del ’43, la destituzione del capo del governo da parte del sovrano e l’avvicendamento con Badoglio.

Ed era proprio questa reviviscenza dell’istituto monarchico, dopo vent’anni di (auto)oscuramento nel cono d’ombra del regime e del suo capo a costituire, in prospettiva, ulteriore motivo di preoccupazione per il campo repubblicano, per il condizionamento che avrebbe potuto continuare ad esercitare sulla vita pubblica del Paese, in caso di sua affermazione nel referendum.

La decisione di demandare la decisione sulla forma istituzionale a un referendum popolare, e non più all’Assemblea Costituente, come in un primo momento prospettato, finirà per rafforzare la legittimazione della Repubblica.

Contestualmente, la Costituente, liberata da quella che sarebbe stata la pesante ipoteca monarchica, avrà  modo di dispiegare appieno il proprio progetto riformatore fino a delineare i tratti di una rifondazione della nazione a partire da una nuova idea di cittadinanza. 

Molto si è scritto intorno al voto del Sud nel 1946: un voto massicciamente monarchico, che in alcune realtà, come quella napoletana, raggiunge vette plebiscitarie.

Voto difensivo, di “protezione” di una società pervasa da conati fortemente conservatori, come si è detto, esso riflette l’influenza di una pluralità di fattori, tra i quali uno scarso radicamento delle sinistre, una strutturale debolezza della società civile (appena lambita dalla guerra di liberazione e lontana dai livelli di conflittualità sociale conosciuti dal Nord) e la presenza pervasiva di un clero collocato in prevalenza su posizioni particolarmente retrive e misoneiste.

E’ però proprio l’ampiezza del suffragio monarchico nel Mezzogiorno a far risaltare in modo particolare l’impegno di quelle minoranze attive come – ci piace ricordarlo – i contadini socialcomunisti dell’alta Irpinia, che si schierarono coraggiosamente per la Repubblica e furono determinanti per la sua affermazione nei pochi Comuni irpini in cui essa riuscì a prevalere.  

Nessun vantaggio alla causa monarchica venne dal voto femminile, come paventato da alcuni e auspicato da altri.

Ciò che è indubitabile invece è il significato storico di quel voto, che realizzava finalmente anche in Italia il suffragio universale.

Ad essere precisi, il debutto elettorale delle donne era avvenuto qualche mese prima, nella tornata elettorale amministrativa della primavera del 1946, ma non aveva riguardato l’intero territorio nazionale.

Il 2 giugno invece per la prima volta nella storia tutte le cittadine italiane maggiorenni poterono recarsi alle urne.

Soltanto grazie al senso di responsabilità e allo spirito unitario del fronte antifascista, in particolare dei tre grandi partiti di massa, fu possibile superare i drammatici giorni successivi al voto: le iniziali incertezze sull’esito della consultazione, le ambigue manovre di Umberto II, la condotta dilatoria della Corte di Cassazione (che si limitò a comunicare il dato numerico, senza proclamare la vittoria sella Repubblica), le violente dimostrazioni monarchiche dell’11 giugno a Napoli (culminate nell’assalto alla sede del PCI in via Medina, che lasciò sul campo sette morti), concorrevano a creare una situazione di pre-guerra civile.

La fermezza del governo, che il 13 giugno ruppe gli indugi, conferendo al Presidente del Consiglio De Gasperi i poteri di Capo dello Stato, vanificò trame e provocazioni monarchiche e il giorno successivo Umberto II abbandonò finalmente il Paese.

Di lì a poco, prevarranno le già serpeggianti tensioni della guerra fredda incipiente, la fine delle illusioni, con  il tramonto progressivo della democrazia ciellenistica, e l’Italia diverrà uno dei centri più sensibili dello scontro tra le due superpotenze.

Ma intanto la Repubblica era divenuta realtà.

Mai nella storia è avvenuto – scrisse Piero Calamandrei all’indomani del voto – che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re. Repubblica voluta, meditata, ragionata”. 

Sarebbe suggestivo provare a rimediare all’attuale crisi democratica con l’appello a un ritorno ai princìpi, a partire da quelli da cui tre quarti di secolo fa prese vita la Repubblica.

Suggestivo ma insufficiente. Perché  la sola evocazione dei princìpi non produce trasformazione  sociale,  non infrange la crosta del disincanto.

L’altra grande componente della riscossa democratica alle origini della Repubblica sta nel protagonismo delle masse popolari. Che, oggi come allora, debbono riconquistare a pieno titolo il  loro posto nella storia e tornare ad essere artefici del proprio destino. 

Luigi Caputo

Comitato Politico Provinciale – Partito della Rifondazione Comunista – Federazione PRC Avellino

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