Mare, vittima dell’inquinamento da Covid-19.
Dall’inizio della diffusione del coronavirus, sarà sicuramente capitato a molti di imbattersi in mascherine abbandonate ai lati della strada e nelle aree verdi e con l’arrivo dell’estate anche il mare è diventato in fretta una vittima dell’ “inquinamento da covid”.
La prima segnalazione è arrivata a maggio dal Pellicano, il battello spazzino che ripulisce l’acqua del porto di Ancona, che ha cominciato ad estrarre le mascherine che ancora galleggiavano.
Rodolfo Giampieri, presidente dell’Autorità del porto, ha dovuto prendere atto “della presenza sempre più massiccia di mascherine e guanti, prima inesistente”.
L’associazione francese Opèration Mer Propre (Operazione Mare Pulito), stima che “in mare ci sono più mascherine che meduse”.
“Riceviamo fotografie, soprattutto nelle località estive, di mascherine monouso abbandonate”, afferma Legambiente Campania.
Quindi l’ennesimo rifiuto altamente inquinante si aggiunge a bottiglie, buste di plastica, lattine e gli altri innumerevoli rifiuti che inquinano i nostri mari.
Le mascherine che restano in acqua per giorni, non sono un pericolo per la diffusione del virus, ma colpiscono la flora e la fauna marine.
La maggior parte delle mascherine monouso sono, infatti, composte da poliestere e trattate con sostanze chimiche; queste plastiche, sfaldandosi, si trasformano in micro e nano pastiche che vengono ingerite dai pesci e risalgono la catena alimentare fino all’uomo.
Tra mascherine di vario tipo e guanti usa e getta, l’ISPRA ha stimato per tutto il 2020, tra le 160mila e le 440mila tonnellate di spazzatura.
Se solo l’1% di questi rifiuti, prodotti in un mese, venisse smaltito in modo non corretto, si avrebbero già 10 milioni di mascherine disperse nell’ambiente.
Con la riapertura delle scuole, inoltre, si stima che ci sarà un aumento di 11 milioni al giorno di mascherine di tutti i tipi, che dovrebbero essere gettate nell’indifferenziata, così che la loro destinazione finale possa essere l’inceneritore, impianto che distruggerebbe i dispositivi di protezione e tutti i potenziali batteri e virus che portano con loro.
Ciò eviterebbe non solo una maggiore diffusione della malattia, ma anche il peggioramento della situazione del nostro pianeta, già sommerso dai rifiuti.
Chicco Testa, presidente dell’Assoambiente, afferma: “purtroppo gli inceneritori non bastano, soprattutto nel mezzogiorno dove questi impianti sono una rarità e di conseguenza un gran numero di rifiuti e mascherine sanitarie usate non vengono distrutti, ma finiscono nelle discariche o, peggio, dispersi nell’ambiente”.
Secondo il direttore dell’ISPRA ,Alessandro Bratti, il problema sta soprattutto nella sicurezza di chi lavora nel settore dei rifiuti.
Sicuramente le mascherine vanno smaltite negli inceneritori, ma è fondamentale garantire la sicurezza dei dipendenti che si trovano a contatto con potenziali agenti virulenti.


