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21 Settembre 2020
Ultima pubblicazione: 20 settembre 2020 23:18:26
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Politica

IL REFERENDUM, DI MAIO E NOI COMUNISTI

Il referendum, Di Maio e noi comunisti.

Mentre i comunisti – vivi, attivi ed operanti – debbono attendere il “grande evento” elettorale (regionale o referendario, come quest’anno), per poter prendere la parola nel circuito televisivo, c’è chi va inscenando  danze macabre  intorno a  quelli che purtroppo non ci sono più, per arruolarli forzosamente -non si sa a che titolo- fra i  testimonials della campagna per il SÌ al referendum cosiddetto confermativo del 20/21 settembre. 

È il caso di Luigi Di Maio nei confronti di  Nilde Iotti, della quale è stata recuperata, e confezionata ad usum Delphini, una intervista del 1984 in cui si dichiarava favorevole (udite udite!) a una riduzione del numero dei parlamentari. 

Ora, ribadito, con buona pace del saggio Bernardo di Chartres, che i nani restano tali anche quando si arrampicano sulle spalle dei giganti, vorremmo  ricordare al ministro degli esteri due concetti semplici semplici. Il primo è il seguente: 

il PCI è stato il partito italiano che, nel corso della sua storia, maggiormente si è battuto in favore della sovranità popolare in tutte le sue espressioni ed articolazioni, non solo durante la lunga permanenza all’opposizione, ma anche nei pochi anni in cui è stato forza di governo.

 E’ significativo che la fine del PCI sia concisa con il ripudio del sistema proporzionale da parte del suo maggiore erede, il PDS, e con l’appoggio allegramente dato da  Occhetto al referendum pro – maggioritario di Segni del ’93). 

L’ altra  parola è contesto. E in questo caso ha un valore concretissimo. 

Quando Nilde Iotti, a domanda rispondendo, formula quella considerazione, il sistema politico italiano  è  permeato da quella civilità del proporzionale, voluta dai costituenti e ulteriormente legittimata dal popolo, il quale nel 1953 boccia la legge truffa. 

Non solo il Parlamento è, tendenzialmente, lo specchio del Paese (non solo dal punto di vista politico, ma anche sociale, vedendo un’apprezzabile presenza di lavoratori, a differenza di quello odierno,  sostanzialmente monoclasse, che si divide per lo più tra alta e media borghesia, ma tutti gli organi istituzionali in cui si articola la Repubblica sono eletti con il sistema proporzionale: 

Comuni (tranne quelli più  piccoli) , Province, Regioni, parlamentari europei. 

Negli anni ’70, nei Comuni medio-grandi si aggiungono le Circoscrizioni, che derivano dai comitati di quartiere sperimentati originariamente nei municipi  rossi e fortemente voluti dal PCI. Non solo. 

Il tasso di rappresentatività  del Parlamento (il rapporto tra voti validi complessivamente espressi e quelli utili all’assegnazione di un seggio) è molto elevato. 

Sono infatti pochissime, e al limite dell’irrilevanza,  le formazioni che, presentatesi alle elezioni, rimangono fuori dalle Camere.   

Con qualche eccezione, in verità, che desta infatti sensazione. È  il caso del PSIUP che nel 1972, pur conseguendo circa 650.000 voti e l’ 1,9%, non elegge alcun deputato (non essendo riuscito ad ottenere almeno un quoziente pieno richiesto ai fini dell’  ammissione alla ripartizione dei seggi su scala nazionale). 

Non solo. Proprio negli anni ’70 la democrazia, dietro la spinta possente della straordinaria mobilitazione sociale del biennio 1968/ 69, comincia ad entrare in luoghi tradizionalmente preclusi: fabbriche (con lo Statuto dei lavoratori), scuole (decreti delegati), apparati amministrativi (unità sanitarie locali), realtà  sovraterritoriali (Comunità  Montane). 

Comincia insomma a delinearsi un sistema in cui conta,  per  dirla con Norberto Bobbio, non solo il come si vota, ma il dove si vota, con conseguente espansione del pluralismo e delle forme di partecipazione.

Indubbiamente si tratta per lo più  di  tentativi, talvolta di portata straordinaria (Statuto), talaltra invece incompiuti (come nel caso della scuola) e spesso destinati a durare lo spazio di una stagione, ma che, tutti insieme, concorrono comunque a misurare la distanza siderale rispetto alla regressione oggi in atto. 

E’ evidente che, in quel contesto, una contenuta riduzione nel numero dei parlamentari non avrebbe determinato alcun effetto destabilizzante sulla rappresentanza, soprattutto se inserito, come nella proposta di riforma del gruppo della Sinistra Indipendente  del 1987 ( anch’essa evocata in queste settimane) all’interno di un corpus di indicazioni  volto a rafforzare il ruolo del Parlamento e la funzione dei partiti, con la costituzionalizzazione del sistema proporzionale.  

Effetto che invece avrebbe inevitabilmente oggi, in un contesto dominato dall’antipolitica, dalla democrazia minima a populismo incorporato  (secondo la felice definizione di Michele Prospero),  il marchio che contraddistingue la cosiddetta “Seconda Repubblica” affermatasi nell’ultimo trentennio in nome della demolizione del (sistema dei) partiti e sfociata oggi in questa pseudo-riforma che assume un valore rivelatore. 

Essa fa infatti affiorare allo stato puro, per così  dire, senza cioè mimetizzarsi o diluirsi all’ interno di progetti complessivi, le tossine autoritarie prodotte in questi decenni. 

In effetti  l’aspetto davvero inaudito della vicenda referendaria non sta nel bluff, in prospettiva  suicida, dei Cinque Stelle, che in nome della lotta alla casta stanno favorendo la formazione di una supercasta impenetrabile, ma il favorevole voto plebiscitario della Camera in seconda lettura al taglio di depurati e senatori, indice, questo, di un conformismo e di una viltà che sanno già  di regime. 

Anche per questo motivo vi è  da ritenere che, se tale deriva non dovesse essere arrestata il 20 e 21 prossimi,  essa non conoscerebbe probabilmente più inibizioni né limiti. 

Perché, una volta sancito il declassamento della democrazia a una voce in perdita del bilancio dello Stato,  nessun ostacolo, se non quello di ultima istanza, della Corte Costituzionale, si frapporrebbe davanti al processo di devastazione della Carta fondamentale.  

Al punto che anche una proposta, come quella di Berlusconi di qualche anno fa, mirante a  far votare solo i capigruppo parlamentari, allora liquidata come una boutade, tornerebbe all’ordine del giorno. 

In conclusione, il SÌ faccia pure la sua campagna elettorale all’insegna della demagogia spicciola, l’unico argomento a sua disposizione, i M5S combattano pure per ottenere la più grande vittoria di Pirro della storia politica italiana. Ma lo facciano utilizzando la farina del loro sacco. Altrimenti ci sarà  sempre un comunista pronto a sbugiardarli.

Partito della Rifondazione Comunista – Comitato Regionale Campania

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