Atripalda: “colpiti dal Covid-19 e abbandonati da tutti”.
Una famiglia residente ad Atripalda lasciata completamente abbandonata al proprio destino dalle istituzioni cittadine e sanitarie.
Un “incubo” che ha avuto inizio il giorno 9 ottobre con il riscontro della positività al Covid-19 di un componente della famiglia.
Le persone coinvolte in questa vicenda, tre per la precisione, dopo aver smosso mari e monti con telefonate e messaggi al sindaco di Atripalda e all’Asl di riferimento, non avendo ricevuto nessuna risposta, hanno deciso di denunciare l’accaduto a Impresa Diretta, sperando che la loro voce arrivi alle persone giuste.
Il 9 ottobre, una coordinatrice sanitaria facente parte di un nucleo familiare residente ad Atripalda, risulta positiva al Covid-19.
La positività le viene riscontrata e comunicata attraverso l’esame di un tampone nella struttura in cui lavora. Insieme alla donna vivono il marito e una figlia.
A quest’ultima, l’Asl ha imposto l‘isolamento fiduciario, mentre al marito, che per motivi di lavoro era assente dalle mure domestiche già da una decina di giorni, non è stato comunicato niente, quindi non obbligato alla quarantena.
La donna, come già detto coordinatrice sanitaria in una struttura della provincia, coscienziosamente e di comune accordo con il coniuge, ha deciso di vivere momentaneamente separata dal marito.
Separazione che a tutt’oggi continua, per il mancato intervento delle autorità sanitarie che devono predisporre un secondo tampone alla donna.
Nel mentre la figlia, una studentessa universitaria, continua anche lei nel suo calvario da reclusa, aspettando che qualcuno si ricordi del suo stato per effettuare un primo test Covid.
Il racconto dell’accaduto nelle parole della donna che abbiamo raggiunto telefonicamente questa mattina.
“Con grande amarezza devo riscontrare e denunciare il calvario che sto attraversando insieme a mia figlia, rinchiuse in casa dal 9 ottobre.
Le istituzioni sanitarie e cittadine ci hanno completamente dimenticato e ignorato.
Nulla la comunicazione con il Sindaco e relativa amministrazione, che non si sono degnati di una telefonata per sapere se avevamo bisogno di qualcosa.
L’unica persona che ha dimostrato un senso di umanità, è stato il Comandante della Polizia Municipale di Atripalda, il quale dopo aver appreso la notizia, ci ha chiamato per rassicurarci con una parola di conforto.
Da giorni aspettiamo da recluse, quali siamo, il secondo tampone per me e il primo per mia figlia.
Dieci giorni di attesa per escludere o confermare la mia positività e altrettanti per sapere se anche mia figlia è positiva o meno al Covid-19.
Mi chiedo dove sono tutti i buoni propositi messi in campo dal governo, dalle istituzioni cittadine, dall’Asl, nei confronti di chi come me ha contratto il Covid ed è in attesa di sapere quando potrà avere la conferma, con un ulteriore esame, che è tutto tornato alla normalità.
Nel frattempo, da persona puntuale e precisa, ho fatto sottoporre tutto il mio nucleo familiare a tampone, accollandomi le spese.
Mio marito è stato il primo a sottoporsi al test recandosi presso un centro di analisi cliniche di Atripalda risultando negativo.
Mentre il tampone a me ed a mia figlia, li ho effettuati io a casa, facendoli poi recapitare tramite terzi e in piena sicurezza, al laboratorio di analisi che ha confermato la negatività per entrambe.
Nonostante ciò, non possiamo abbandonare il domicilio, perché i tamponi per essere validati devono essere effettuati dall’Asl.
Il risultato che abbiamo avuto dai test, che ho eseguito personalmente in struttura privata, non valgono a niente.
Almeno io e mia figlia ci siamo tranquillizzare sul nostro reale stato di salute.
Un ultima cosa: è tornato di moda il “panaro”, cesto di vimini che i nostri nonni usavano tanto tempo fa per fare piccole provviste senza muoversi da casa, ebbene anche noi abbiamo ripreso questa usanza.
Non potendo uscire di casa a causa del Covid e visto che le istituzioni cittadine, Protezione Civile compresa, non si sono assolutamente curate di noi, abbiamo chiesto aiuto ad amici e parenti per le provviste giornaliere che sono cominciate a scarseggiare dopo 10 giorni di reclusione.”


