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20 Giugno 2021
Ultima pubblicazione: 20 giugno 2021 18:56:36
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Politica

QUESTO VENTICINQUE APRILE

Questo venticinque aprile. Nota del Comitato Regionale del PRC.

Anche questo ci è toccato vedere: il tentativo di trasformato la Festa della Liberazione in una sorta di vigilia della grande riapertura di primavera, una parentesi, appunto, fra le tenebre del “lockdown” e la nuova era della luce. 

Altro che gran festa d’aprile. In realtà  il 25 aprile è tutt’altro che vigilia, ma, al contrario, il culmine  di un’ attesa, se si vuole una vigilia anche questa, durata vent’anni. 

Un’ attesa non passiva. Una resistenza, fatta di lotta, sacrifici, carcere, esilio, confino e persecuzioni di ogni sorta. 

Una lotta che impegna almeno due generazioni di antifascisti, quelli già attivi politicamente all’avvento del regime e i giovani formatisi durante di esso.

Per i primi, una scelta immediata e quasi spontanea; per i secondi, educati nelle scuole del regime e primi destinatari di un’opera di indottrinamento ideologico che ha pochi eguali nella storia, il punto di approdo di un percorso in genere complesso, talvolta tortuoso, segnato da una faticosa e progressiva presa di coscienza. 

L’antifascismo italiano è non solo il primo in Europa a vedere la luce, per ovvi motivi cronologici, ma anche un movimento che si caratterizza, tra contrasti anche aspri ed alterne vicende,  per la particolare ricchezza delle proprie elaborazioni. 

Si tratta di concetti mai ripetuti abbastanza, in un Paese segnato dal luogo comune duro a morire, quello secondo cui gli  “Italiani sono stati tutti fascisti”.

Affermazione  che offende la verità storica e ripugna a un elementare senso di giustizia, visto che una menzogna siffatta cancella  l’impegno oscuro e il senso di abnegazione  di tanti militanti,  comunisti in primo luogo ( il PCd’I è l’unico partito che mantiene un centro di attività  politica in Italia per tutta la durata del regime e quello che paga di gran lunga il tributo più  pesante in termini di condanne) ma anche azionisti,  socialisti,  repubblicani, anarchici, che mettono a repentaglio la vita pur di testimoniare la propria coerenza e non piegarsi  alla tirannia. 

Accreditata e rilanciata nel circuito storiografico da Renzo De Felice (con gli ultimi volumi della biografia di Mussolini), la tesi del consenso di massa al regime non è affatto neutra, evidentemente, ma assolve a una funzione politica  ben precisa: normalizzare e legittimare l’avvento delle destre al governo agli albori della cosiddetta “Seconda Repubblica”. 

Errore opposto e speculare sarebbe, d’ altra parte, negare l’esistenza di qualsiasi forma di sostegno a livello sociale al movimento di Mussolini. Significherebbe infatti  abbracciare una visione mitologica di esso, avvicinandosi alla tesi crociana dell’ “invasione degli Hyksos” e quindi alla visione parentetica del fascismo stesso.

Se sono noti i sostegni e le connivenze di cui esso gode fra i grandi industriali, gli agrari, gli apparati dello Stato e le alte gerarchie dell’esercito e della Chiesa cattolica  prima di ascendere al potere, vi sono però adesioni anche dalle fila di altre classi, in particolare tra gli ex combattenti proletarizzati e una piccola e una media borghesia che,  per dirla con Gramsci, manifestano una mentalità  di capitalismo nascente. 

Si tratta di visioni ideologiche che arrivano, purtroppo, fino ai nostri giorni e si esprimono attraverso il razzismo, il culto dell’”uomo forte”, l’ odio per i migranti,  il disprezzo per le minoranze, neo-nazionalismo e antifemminismo. 

Sono le forme del nuovo fascismo, abile a mimetizzarsi ma in realtà sempre eguale a se stesso. 

Anche nel 1945, all’ indomani del 25 aprile, lo scontro oppose quanti miravano a un cambiamento minimo,  esteriore, ai limiti del gattopardismo, e le forze, quelle più schiettamente resistenziali, che si battevano invece per una rifondazione dello  Stato italiano, per rimuovere alle radici – ebbe a sottolinearlo a piu riprese Palmiro Togliatti – le condizioni che avevano reso possibile l’ avvento del fascismo.

L’interpretazione che riduceva quest’ultimo a parentesi, prima ancora che tesi storiografica, si configurava come opzione politica dei fautori della continuità  del vecchio Stato monarchico – liberale, elaborata per relegare ancora una volta le masse proletarie fuori della sfera del potere.

Anche oggi, senza lotte armate né guerre civili alle nostre spalle, né tanto meno, tentativi di trasformazione rivoluzionaria,  il disegno delle classi dirigenti,  il loro obiettivo strategico, è quello di ritornare al “mondo di prima”, quello pre-pandemia,  quasi che  fosse il migliore dei mondi possibili e non invece quello in cui si sono determinate le condizioni per il disastro attuale.  

Esse fanno leva a tal fine sul diffuso senso di insicurezza di larghi strati popolari, e sullo smarrimento di individui atomizzati e provati fino all inverosimile dai vincoli di un presente sovrastante e oppressivo.

Non il presente denso di vita  che hanno accarezzato, forse per una breve stagione, i partigiani;  e nemmeno quel presente carico di futuro che pervase la generazione del ’68, cosciente di essere parte di un tentativo  di rigenerazione globale che di per sé conferiva senso all’ agire.  

No, è il presente della precarietà esistenziale, dell’ ansia, dell’ angoscia, di una sempre incombente situazione limite; un presente dominato da una quotidianità tetra e minacciosa che divora ogni progetto di futuro e annichilisce le aspirazioni di oppressi ed esclusi ad una condizione più  degna. 

Una realtà, in cui –  seguiamo Marco  Revelli – “ la prossimità  diventa minaccia,  e la distanza tra individui della stessa specie si afferma come dovere civico”: una minaccia, quella derivante dall’ altro, oggettiva, che prescinde cioè  da qualsiasi forma di intenzionalità ostile o agire deliberato dell’ altro stesso.

Un tempo,  infine, in cui ricompare il linguaggio bellico, con richiami artificiosi e ideologici e perciò tanto più  fastidiosi e stridenti all’idea della guerra.

Essendo la guerra un fenomeno solo ed esclusivamente umano e sociale, non può non offendere qualsiasi sensibilità razionale la sua raffigurazione nei termini di un conflitto che dovrebbe opporre il grado massimo  dell’evoluzione del vivente, l’ umano, a quello minimo: ecco così  la “guerra al virus”. 

E ciò tanto più nel momento in cui si ricorda una data, il 25 aprile 1945, che evoca invece una guerra vera,  combattuta in armi, contro il più terribile e feroce dei nemici,  il nazifascismo.

Una guerra che, come ha sostenuto Claudio Pavone, ne contiene in sé tre: una guerra patriottica (contro l’ invasore tedesco), una guerra civile ( contro i fascisti di Salò ), guerra di classe (per la  trasformazione della società  in senso rivoluzionario).

Rappresentare oggi la lotta contro l’epidemia come una guerra costituisce perciò una grottesca caricatura della realtà, per di più tutt’altro che neutra o innocua, in quanto tende a far accettare lo stato di emergenza permanente.

In questo quadro rientrano a pieno titolo le unità  nazionali fittizie. Che vanno respinte, perché la vera unità  nazionale si fonda su valori forti, quale l’ antifascismo.

Il quale è l’opposto del commissariamento della politica, esprimendo invece la politica al suo massimo grado di espansione progettuale e di visione valoriale, oltre che la risorsa pratica e il giacimento ideale che ci ha consentito e ancora ci consente di essere una nazione. 

Cittadinanza, Costituzione, diritti del lavoro e pluralismo vero. Questa la stella polare. Questi i punti imprescindibili per una ripartenza vera. Anzi,  visto che non si tratta di una corsa, per un  nuovo inizio. 

 

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