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15 Ottobre 2019
Ultima pubblicazione: 15 ottobre 2019 18:06:52
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Attualità

PER LA STORIA

Più ancora della decisione in sé, la cancellazione della prova ad argomento storico dall’esame di maturità, colpisce in negativo la motivazione che ne è stata data: la scarsa adesione degli studenti alla prova stessa, quasi che si trattasse di vendere un prodotto che il mercato ha mostrato di non apprezzare. Si tratta appunto di una logica commerciale, che nel mondo dell’istruzione non dovrebbe trovare cittadinanza. E’ perciò da salutare con favore l’appello – promosso da Andrea Camilleri, dalla senatrice a vita Liliana Segre e dallo storico Andrea Giardina – in difesa dello studio della storia nelle nostre scuole e, in particolare, del reinserimento del tema di storia all’esame di maturità. Qui aggiungiamo all’appello qualche considerazione ulteriore, che non ha nessuna pretesa, naturalmente, di essere esaustiva.

Si può vivere senza storia? Forse, di sicuro non senza passato. E tuttavia quanto più il rapporto con il passato si articola in modo irriflesso e scarsamente consapevole, tanto più si presta a mistificazioni e a forme di falsa coscienza. L’eterno presente in cui sembriamo essere immersi favorisce una relazione con esso disinvolta e strumentale: la storia in questa visione si riduce a una sorta di supermarket, al quale attingere per le convenienze del momento.  Se il passato più lontano assomiglia a una terra straniera, sovente circonfuso da romantiche nebbie dalle quali affiora periodicamente una realtà trasfigurata in mito, quello più vicino, il Novecento, diviene invece teatro di aspre contese, quasi il prolungamento dello scontro politico con altri mezzi.

Le politiche della memoria, che pure hanno avuto il merito indiscutibile di  collocare nella giusta dimensione epocale  eventi come lo sterminio del popolo ebraico e la rottura di civiltà a cui essi rimandano, necessitano dell’inserimento in una visione complessiva, che eviti il  frazionamento della conoscenza ed assicuri al tempo stesso l’attitudine alla comparazione senza la quale non sussistono le indispensabili gerarchie storiografiche. 

Mentre conosciamo nei dettagli il funzionamento dei campi di sterminio, poco o pochissimo sappiamo invece, complice la sterilità di un discorso pubblico e mass-mediologico che esaspera l’aspetto emozionale degli eventi trattati, delle cause dell’avvento al potere del nazismo e dei fascismi in generale. Dato, quest’ultimo, quanto meno singolare, in un momento storico che presenta più di un’analogia con gli anni Venti e Trenta del secolo  scorso: crisi economica prolungata, democrazia sotto attacco, ascesa dell’”uomo forte” e di gruppi che, intorno ad esso, mirano alla ricerca di capri espiatori e all’instaurazione di un “ordine nuovo” classista e gerarchico.  In Italia, in particolare, il revisionismo digitale  (giustamente stigmatizzato dagli autori del manifesto laddove  menzionano la “comunicazione semplificata dei social media”) rilanciaa piene mani il più vieto ciarpame  della contromemoria di matrice fascista.

Appare perciò tanto più necessario oggi  promuovere, a partire dalla scuola, pensiero e sapere critico. Non esiste pensiero critico senza la possibilità di sottoporre a critica le scelte del proprio governo. Pertanto,  le sanzioni nei confronti della professoressa di Palermo la cui classe ha avuto il torto di individuare delle analogie tra il c.d. “decreto di sicurezza” e le leggi razziali del 1938 sono, oltre che eticamente indegne, la negazione della cultura.  “In ogni epoca – ha scritto Walter Benjamin – bisogna strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla”.  Il conformismo – aggiungiamo noi –  dell’ossessiva ricerca dell’analogia rispetto al passato; ma anche il conformismo dell’ostinato rifiuto a vedere le manifestazioni nel presente di un oscuro “passato che non passa”, o che rischia di ritornare.

 Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Avellino

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